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Home Segnalazioni

DALLA PANDA AL FUTURO L’AUTO SECONDO GIUGIARO

by Andrea Cittadini
08/02/2025
in Segnalazioni
DALLA PANDA AL FUTURO L’AUTO SECONDO GIUGIARO
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“Avrei voluto disegnare la DS19… ma mi accontento della Golf” “Non credo che l’uomo vorrà (potrà) mai fare a meno dell’automobile”

In un mondo dell’automobile in difficoltà e in preda a grandi cambiamenti, restano alcune granitiche certezze. Tanti modelli iconici certo, ma anche personaggi incredibili: pietre miliari di un mondo che ha vissuto un susseguirsi di grandi innovazioni tecnologiche, nelle prestazioni così come nella sicurezza, oltre a radicali trasformazioni stilistiche che hanno rappresentato lo specchio di vari momenti storici.

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Uno dei nomi magici dell’Olimpo dell’Auto è quello di Giorgetto Giugiaro, proclamato nel 1999 “Car designer del secolo” e unico designer vivente a far parte della Automotive Hall of Fame. Ha festeggiato i suoi 86 anni di età ed i 70 anni di carriera, ma va ancora in montagna con la sua moto da trial. Ha tante idee da sviluppare e soprattutto tanta voglia di disegnare (come ha sempre fatto durante l’intervista)! “Oggi il computer aiuta, però quando hai un’idea se butti giù uno schizzo fai prima…”.

Giugiaro ha creato oltre 200 modelli ed è sempre stato un passo avanti gli altri, tanto da progettare già nel 1967 la Rowan elettrica, o nel 1976 il piccolo monovolume Alfa Romeo New York Taxi o ancora la Fiat Vanessa del 1966, la prima auto pensata per una clientela femminile.

Giugiaro però, non significa solo auto: ha creato tante altre cose, che vanno dalle macchine fotografiche agli elettrodomestici, dalle barche ai treni, dai telefoni agli orologi, persino l’organo della Cattedrale Notre-Dame di Losanna.

Lo incontriamo nella sede di GFG Style, l’azienda creata con suo figlio Fabrizio nel 2015, dopo aver ceduto definitivamente Ital-Design.

Come nasce la sua passione per il disegno e le automobili?

“Mio padre vedeva che avevo molta facilità nel disegno artistico e nella pittura, ma mi diceva che per disegnare un oggetto avrei avuto bisogno di conoscere la prospettiva”. E quindi come lo imparò? ”Ai tempi delle scuole medie c’era un corso serale per disegno tecnico, per i ragazzi che non sarebbero andati all’ università. Mi iscrisse a questo corso che mi diede la possibilità di capire le proiezioni ortogonali”.

Tutto di sera?

”Si svolgeva dalle 18.30 alle 20.30 e io ogni tanto bigiavo, perché così non potevo più vedere i miei amici. Allora mio padre si iscrisse al corso assieme a me per non farmi bigiare…”.

Che cosa ha imparato?

”Una delle doti che ho acquisito da ragazzo con la pratica, è la velocità di esecuzione. Mio padre voleva che gli consegnassi un bozzetto al giorno, ma io incominciai a realizzarne due o tre, per tenerli per il giorno dopo e andare così a giocare a pallone con gli amici. Questa dote mi ha facilitato la carriera. Da mio nonno ho imparato l’arte dell’affresco e anche alcune tecniche e trucchi del mestiere che usavano i pittori del rinascimento” Quello non fu l’unico corso comunque.

“Una volta entrato al liceo artistico, mio padre mi iscrisse ad un altro corso serale di disegno, curato dalla FIAT. Il responsabile del liceo artistico, zio di Dante Giacosa, mi suggerì come tema di fine anno di scegliere l’automobile. Giacosa vide i miei disegni e mi invitò a fare uno stage di tre mesi. Furono la mia università!”.

Dallo studio al lavoro, il passo fu breve.

“Nel 1955 venni assunto in Fiat e in quell’anno al Salone di Parigi apparve l’auto che più di tutte avrei voluto disegnare: la DS 19, la più innovativa nel settore automobilistico, oltre ogni immaginazione. Un prodotto industrializzato con soluzioni all’avanguardia, per andare a ridurre i costi. La DS 19 è l’unica vettura che non è mai stata imitata. L’auto simbolo di Flaminio Bertoni, un vero e proprio artista”.

Poi ci furono le tappe successive di una carriera folgorante… “Presentai dei bozzetti a Bertone e gli piacquero, non solo a lui ma anche all’Alfa Romeo, alla quale lui li aveva sottoposti senza dirmi niente. Fatto sta che mi offrirono il lavoro di sviluppare l’Alfa 2600”.

E poi?

“In Ghia realizzai subito quattro vetture: Ghibli, Mangusta, Vanessa e Pampero, forme geometriche, dando un nuovo corso

all’azienda”.

Quando decise di mettersi in proprio?

“Lo stimolo venne quando il giornalista Hideyuki Miyakawa, mi commissionò il progetto della 117 Isuzu. Non potevano realizzarlo loro in Giappone per motivi organizzativi, allora proposi di occuparmene direttamente, della prototipazione fino ad arrivare alla produzione, e fu questo l’inizio dell’ItalDesign“.

Lei è stato uno dei primi, se non il primo designer, a lavorare per i brand asiatici.

“Il più giovane dei figli della famiglia Chung, proprietaria di Hyundai, aveva ricevuto l’incarico dal padre di sviluppare l’industria automobilistica, mentre gli altri fratelli si occupavano di altri settori, edilizia, cantieristica navale, elettronica. Andai da lui. Partirono da zero e in tre anni la fabbrica venne completata e si iniziò a produrre. Volevano formare 50 giovani ingegneri che restarono a Torino da me per tre mesi, poi nacque il progetto della Pony, la prima vettura prodotta in serie in Corea”.

Come nacque il progetto Golf? “L’ importatore italiano Gumpert di Autogerma, mi contattò chiedendomi di andare in Germania. Volevano lanciare una nuova famiglia di vetture con lo stesso family feeling. Un’erede del Maggiolino, compatta e moderna, adatta alle famiglie, con il portellone posteriore. Poco tempo dopo il management cambiò, voleva ridurre i costi, ma la Golf fortunatamente andò avanti. Non c’era il tempo di fermarla, bisognava andare in produzione e si rivelò un successo mondiale incredibile”.

Fu l’inizio di un’epoca.

“In seguito iniziai una collaborazione con Ferdinand Piëch, per disegnare la Seat Ibiza. Lui mi sostenne acquisendo il 90% di ItalDesign”.

Qual è la sua creatura preferita?

“La Panda, un grande progetto. Quello di fare un prodotto al limite, economico, necessario a chi deve spostarsi per andare al lavoro senza grandi risorse. Alternativa, spartana, con i sedili in tessuto posteriori removibili e plastiche protettive attorno alla carrozzeria. Tutti erano scettici, invece fu un trionfo”.

Che cosa pensa del mondo dell’auto oggi e con quali prospettive?

“L’auto crea lavoro e sviluppo, anche con l’indotto. Se pensiamo al mondo alla sua storia, alla sua evoluzione, non credo che l’uomo voglia e possa veramente fare a meno dell’auto”.

Quali progetti per il futuro? “Mi piacerebbe avere incarichi che diano linee guida sul futuro dell’auto, ma anche seguire altri progetti. A me piace lavorare sugli aerei, specialmente quelli militari, curando tutti gli aspetti. Però se pensiamo all’uso che viene fatto delle cose, allora è meglio disegnare gli angeli, come ho fatto di recente per gli affreschi della Chiesa di San Giovanni a Garessio”.

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