Golf Gti, Delta Integrale, Bmw M3, Fiat Coupé e Mazda Mx-5. Le auto degli anni Ottanta e Novanta diventano oggetti del desiderio di una generazione che cerca autenticità, carattere e meccanica nell’èra dell’elettronica
Da quando le auto datate sono tornate attraenti? Non quelle vecchie-vecchie, sia chiaro. Non le classiche, quei modelli da museo troppo perfetti persino per essere toccati. Piuttosto, le appartenenti alla zona grigia corrispondente a quell’età indefinita che gli inglesi chiamano youngtimer. Vetture di vent’anni, trent’anni al massimo. Abbastanza retrò da avere carattere, ma ancora abbastanza giovani da montare ancora l’autoradio con il Cd e portarsi dietro tutto il fascino di una stagione irripetibile.
Oggi, in fondo, la nostalgia per gli anni del “Drive In” della tivù commerciale, dei salti dei cugini Duke sul loro Generale Lee (una Dodge Charger R/T del 1969), delle sgommate di Starsky e Hutch sulla “Zebra 3” (Ford Gran Torino) e della mitica Ferrari 308 Gts di Magnum P.I., segna proprio quel punto in cui memoria collettiva, disegno industriale, moda, musica e automobili, convergono in un’unica traiettoria ideale. Alzi la mano chi ricordando i passaggi notturni di Sonny e Rico nella Miami Vice dei neon e dell’Art Decò dall’estitca pop, non ne riassapora subito l’essenza. Accompagnati esclusivamente dal riff di Phil Collins, viaggiavano soli, eleganti, seri, silenziosi, sulla Ferrari 365 Gts Daytona Spider (assemblata però su una Chevrolet Corvette) prima, con la Testarossa bianca poi. Hanno segnato un’epoca e fatto sognare intere generazioni.
D’altronde quello era un tempo in cui un’auto non era mai soltanto un’auto, ma un intero codice sociale. Nella ‘Milano da bere’ il biglietto da visita dell’ambizione erano Lancia Thema 8.32 con cuore Ferrari e Mercedes 560 Sec. Da Wall Street alle piazze finanziarie europee, lo status si misurava con la potenza discreta di una BMW M3 E30 o la precisione di una Porsche 911 964. Mentre in città, la velocità si faceva più democratica e sfrontata con Golf Gti, Peugeot 205 Gti; ma anche Fiat Uno e Y10 Turbo, Alfa Romeo 75. Cioè mezzi che raccontavano un’Italia competitiva e affamata di successo, proprio come quella che nei rally volava con la Lancia Delta HF Integrale, capace di mettere all’angolo il campione tedesco Audi Quattro e di trasferire il fango delle prove speciali sull’asfalto urbano. Ora è un oggetto di culto e vale una fortuna. Anche il tecnologico Giappone ha detto la sua nei Novanta, con l’efficienza pura di Mazda Mx-5, Honda S2000, Toyota Mr2, proprio mentre la vecchia Europa diventava adulta preferendo l’eleganza sportiva della Mercedes 190 E 2.5, di Audi TT e Fiat Coupé, Bmw Z3 e Lotus Elise S1. Ultime protagoniste di una meccanica leggibile, senza filtri elettronici; dura e pura, come dicevamo allora.
In un certo senso, le youngtimer sono la Generazione X delle quattro ruote. Anch’esse sono cresciute all’ombra di icone più vecchie e più fotografate, sono state considerate per anni ‘solo usato’ e improvvisamente rivalutate perché, sorpresa, ci siamo accorti che avevano già tutto quello che oggi manca. Personalità, imperfezione, un rombo che non chiede scusa a nessuno. Si trovano in quella scomodissima età in cui non rappresentano più una promessa, ma non sono ancora diventate mito. Almeno non tutte. Sembrano chiedersi se appartengano ancora al presente o se sono soltanto sopravvissute al proprio tempo. Una fase intermedia con cui l’Italia, va detto, ha una relazione complicata: qui le cose vecchie vengono buttate raramente, e altrettanto raramente vengono trattate con cura mentre invecchiano. Magari restano nei garage come promesse rimandate, un po’ come certi numeri di telefono conservati in rubrica anni dopo la fine di una relazione: non perché si voglia davvero richiamare, ma perché cancellarli sembrerebbe un tradimento verso il proprio passato.
Sono apprezzate soprattutto chi ha trent’anni, vive immerso nei contenuti digitali e decide che una Golf Gti terza serie o una Peugeot 205 Gti con il volante troppo grande sono più interessanti di qualsiasi Suv ibrido da 36 o 48 rate. Così il mercato dell’usato cresce come le quotazioni di certi modelli, e il collezionismo smette di essere soltanto un rifugio per gli happy few, diventando anche un portfolio o un asset da diversificare, proprio come un fondo azionario.
Non basta? Ecco la vera dichiarazione d’amore contemporanea: il fenomeno restomod. Ovvero, conservare ciò che un’auto era, darle un motore nuovo, togliere la polvere senza cancellare i segni del tempo, perché sono proprio quelli a renderla interessante. È come fare il botox all’anima lasciando intatto il carattere. Restaurare anziché sostituire. Cercare, nel mezzo della vita, un modello scartato troppo in fretta, convinti che il nuovo fosse automaticamente migliore. Per poi scoprire che il nuovo, spesso, è solo più veloce a diventare vecchio.









