La fotografia di un mercato sempre più caro e frammentato. Crescono i cinesi, spariscono le utilitarie e i giovani rinviano gli acquisti
L’industria dell’auto ha un problema: costruisce macchine che gli automobilisti non possono più permettersi. Mai così tanti modelli, mai così tanta tecnologia, mai così pochi soldi per comprarli. È il grande paradosso di un mercato che continua ad alzare i prezzi mentre gli stipendi restano fermi. Dal 2019 le automobili sono rincarate del 30 per cento, le retribuzioni contrattuali appena del 13,9. E così l’utilitaria, che per generazioni ha rappresentato la porta d’ingresso alla mobilità, rischia di diventare un bene di lusso. Gli italiani non hanno smesso di desiderare l’auto, hanno semplicemente smesso di potersela permettere. È la fotografia impietosa scattata a Quattroruote NEXT, a Milano, da due ricerche che raccontano un’industria sempre più distante dai suoi clienti.
Il rapporto realizzato da PwC Italia con Quattroruote dice che il 36,1 per cento degli italiani pensa di acquistare o cambiare auto nei prossimi 12-24 mesi. Un altro 22,1 per cento è ancora indeciso. Ma il 53,1 per cento di chi progetta l’acquisto lo ha già rinviato almeno una volta. Oltre metà dei potenziali acquirenti ha meno di 20 mila euro da spendere. Una cifra con cui oggi si possono scegliere soltanto dodici versioni di sette modelli nuovi. Il risultato è un mercato in cui la domanda potenziale esiste, ma fatica a trasformarsi in immatricolazioni.
Le utilitarie, per decenni spina dorsale della motorizzazione italiana, rischiano di diventare un lusso. Secondo l’analisi di Quattroruote Professional, dal gennaio 2020 il prezzo medio del segmento A è passato da 18.450 a 25.544 euro: più 38,5 per cento. E l’offerta si è quasi dimezzata, da 23 a 12 modelli. Le versioni disponibili sono crollate da 203 a 60. Pesano i costi dei sistemi di sicurezza obbligatori e la scarsa redditività delle piccole. Mentre le utilitarie spariscono, crescono Suv e modelli dei segmenti superiori. Una scelta industriale comprensibile per i costruttori, assai meno per chi deve cambiare macchina.
Dal 2020 le marche a listino sono passate da 55 a 86, i modelli da 371 a 520. Le versioni, però, sono diminuite da 6.309 a 4.908: più scelta apparente, gamme più snelle. La spinta viene soprattutto dalla Cina: oggi un marchio su quattro è cinese. Tra il 2022 e il 2026 i modelli proposti dai costruttori cinesi sono aumentati del 428 per cento. E quasi un intervistato su due ritiene che il loro arrivo renda meno interessanti i costruttori tradizionali. A fare breccia è il rapporto tra dotazioni e prezzo. La fedeltà al marchio, un tempo quasi religiosa per molti automobilisti, comincia a vacillare.
Il conto, del resto, non finisce quando si esce dal concessionario. In quattro anni i ricambi di carrozzeria più richiesti sono rincarati del 35 per cento e la manutenzione di quasi il 30. Anche scegliere il motore giusto può cambiare radicalmente la spesa. Per 20 mila chilometri all’anno nell’arco di quattro anni, una benzina di segmento C richiede 11.614 euro di carburante; un’elettrica ricaricata a casa ne costa 4.856. Ma se ci si affida alla ricarica rapida il conto sale a 10.965 euro. L’elettrica costa però meno in manutenzione, con risparmi che possono arrivare al 73 per cento. Non esiste, insomma, una tecnologia conveniente per tutti: dipende da come e dove si usa l’auto. E persino il mercato dell’usato, pur con quotazioni in discesa, resta più caro rispetto al periodo precedente alla pandemia.
Il 39,2 per cento degli italiani indica l’ibrido come scelta preferibile, il 22,6 per cento la benzina. Nella decisione contano soprattutto affidabilità (88,2 per cento), prezzo (72,7) e costi di gestione (64,5). Il fascino del marchio convince assai meno: soltanto l’8,6 per cento sarebbe disposto a pagare di più per averlo. Persino la sostenibilità fatica a trasformarsi in disponibilità a spendere: appena il 9,9 per cento accetterebbe un sovrapprezzo per un’auto più sostenibile.
E i giovani? Altro che disamorati dell’automobile. Negli ultimi cinque anni l’interesse è cresciuto per il 58 per cento dei ragazzi tra 20 e 24 anni e per il 43,2 per cento di quelli tra 25 e 34. Ma il 62,5 per cento ha un budget inferiore ai 20 mila euro. L’industria continua a progettare auto sempre più sofisticate, mentre molti aspiranti automobilisti non possono permettersi nemmeno quelle più semplici. Il desiderio è rimasto. È il prezzo del sogno che è andato fuori strada.












