Le auto intelligenti discriminano bambini e donne: il lato oscuro dell’intelligenza artificiale che inquieta l’automotive
Quando Ridley Scott immaginò le automobili del futuro in Blade Runner, difficilmente avrebbe pensato che una delle maggiori fragilità dell’Intelligenza Artificiale sarebbe stata riconoscere un bambino sulle strisce pedonali. Eppure, nel 2026, è proprio qui che si concentra una delle sfide più delicate dell’automotive contemporaneo.
Per anni abbiamo raccontato le auto autonome come macchine quasi infallibili, capaci di interpretare il mondo meglio degli esseri umani. Poi la realtà ha introdotto sfumature meno rassicuranti: alcuni dei più avanzati sistemi ADAS mostrano ancora significativi bias nel rilevamento di pedoni, bambini e figure femminili, soprattutto durante la guida notturna.
Lo studio “ Bias Behind the
Wheel”, pubblicato da ricercatori della University College London e della Peking University, ha evidenziato un dato che ha fatto tremare costruttori e regolatori: alcuni sistemi di rilevamento registrano oltre il 20% di mancato riconoscimento dei bambini rispetto agli adulti, mentre in condizioni notturne diminuisce l’accuratezza nel rilevamento delle figure femminili e questo significa che il sistema può accorgersi del pedone troppo tardi, può assegnare una probabilità di riconoscimento più bassa, oppure può non classificarlo con sufficiente sicurezza per attivare frenata o allerta.
Le AI automobilistiche apprendono attraverso dataset visivi giganteschi, composti da milioni di immagini e sequenze video. Se però questi archivi contengono prevalentemente uomini adulti ripresi di giorno, l’algoritmo tenderà inevitabilmente a interpretare il mondo attraverso quella statistica dominante.
In pratica, l’automobile “vede” meglio ciò che conosce meglio. Però, un conto è un algoritmo che sbaglia il suggerimento di una playlist musicale, un altro è un sistema di frenata automatica installato su un SUV elettrico da 2,5 T che percorre una tangenziale urbana sotto la pioggia.
Per questo motivo il 2026 sta segnando una trasformazione profonda nelle modalità di sviluppo dei sistemi di guida assistita. Volvo ha recentemente ampliato i propri database includendo scenari urbani notturni con bambini in movimento imprevedibile, monopattini elettrici e ciclisti parzialmente occultati. Mercedes-Benz sta lavorando su reti neurali multimodali che fondono immagini RGB tradizionali, sensori termici e radar a onde millimetriche, migliorando il riconoscimento anche in condizioni di nebbia o controluce. Tesla, fedele alla filosofia “vision only”, continua invece a perfezionare il training delle telecamere attraverso miliardi di chilometri raccolti dalla flotta globale.
La complessità emerge spesso nei dettagli più ordinari. I bambini vengono rilevati peggio perché si muovono in modo imprevedibile e sfuggono più facilmente al campo visivo delle telecamere. Allo stesso modo, durante i test notturni, abiti scuri, capelli lunghi o silhouette meno “contrastate” possono ridurre l’efficienza del riconoscimento femminile.
Nel frattempo, anche i simulatori virtuali stanno diventando sofisticatissimi. Alcuni costruttori europei addestrano ormai le AI utilizzando modelli digitali di esseri umani, capaci di riprodurre differenti età, corporature, tonalità della pelle e movimenti biomeccanici realistici.
Il tema, naturalmente, supera i confini della mobilità. Gli stessi bias sono emersi nei sistemi di riconoscimento facciale aeroportuale, nei sensori medici e persino nei rubinetti automatici dei bagni pubblici, spesso meno reattivi con alcune tonalità della pelle.
Per decenni l’ingegneria automobilistica è stata progettata attorno al cosiddetto “maschio standard” da 75 chili, utilizzato come riferimento universale nei crash test. Oggi quella stessa riflessione si sposta dagli airbag agli algoritmi.
Con l’AI Act europeo e i nuovi protocolli Euro NCAP 2026, i costruttori dovranno dimostrare che i propri sistemiADASfunzionano correttamente non solo “in media”, ma per tutti gli esseri umani.
L’automobile del futuro forse è già qui ed è già più intelligente di noi, ma deve ancora imparare a guardare bene il mondo.









