Incontro con Jean Todt, delegato per la sicurezza stradale dell’Onu. “Ecco come si possono diminuire morti e feriti. Basta seguire le regole”
Sono cifre che non hanno bisogno di commenti, ma solo di interventi. Un milione e duecentomila morti all’anno. Tra quaranta e cinquanta milioni di feriti. Jean Todt che una volta contava le vittorie della sua Ferrari, oggi ha altri numeri impressi nella mente. Sta correndo un altro gran premio, difficilissimo da vincere anche per un uomo che ha vinto dovunque. Rally, Endurance, Dakar, Formula 1 sono stati i suoi terreni di conquista prima di diventare presidente della Fia e dal 2015 inviato speciale delle Nazioni Unite per la sicurezza stradale. Definisce tutto questo una “pandemia silenziosa” e ci ha scritto pure un libro pieno di cose interessanti. “La sicurezza stradale è un’emergenza che provoca ogni anno l’equivalente della scomparsa di un’intera città come Milano e che continua a essere sottovalutata dalla politica e dall’opinione pubblica”, racconta. È a Milano per inaugurare “The Urban Mobility Council” di Unipol, ma per parlare di sicurezza si siede davanti al solito tè verde e non guarda l’orologio. Si dedica al 100% all’obbiettivo, come faceva a Maranello.
Non lancia un nuovo appello: le soluzioni esistono già, ma manca la volontà di applicarle con rigore. “Non è un problema tecnico, è un problema di governance – spiega – La tecnologia funziona, gli strumenti esistono. Bisogna decidere di usarli”. Per l’ex numero uno della Ferrari il primo ostacolo è culturale. Nei paesi più poveri, dove si concentra il 90 per cento delle vittime della strada, la mortalità viene spesso accettata come una fatalità. “Il mio ruolo è spiegare che non è normale. Non è normale vedere quattro persone su una motocicletta senza casco. Non è normale che migliaia di giovani muoiano ogni anno per cause prevenibili”.
Todt racconta con soddisfazione il caso del Ciad. Dopo un incontro in una conferenza internazionale, il sindaco di N’Djamena ha deciso di avviare un programma per dotare di caschi certificati i conducenti dei mototaxi. Caschi progettati secondo uno standard FIA e disponibili a meno di venti dollari. “È una rivoluzione. Lo considero un vaccino contro gli incidenti”, dice mostrandocene uno. È un casco vero in tutto e per tutto: in strada anche a Milano se ne vedono di decisamente più costosi, ma certamente meno efficaci.
La ricetta, in fondo, è semplice: educazione, applicazione delle regole, qualità delle infrastrutture, sicurezza dei veicoli e rapidità dei soccorsi. Todt sintetizza il tutto in pochi concetti chiave: “Uso delle cinture di sicurezza, casco per motociclisti e ciclisti, rispetto dei limiti di velocità, lotta all’alcol e alla droga al volante, stop all’utilizzo del telefono durante la guida. Se queste regole venissero rispettate e fatte rispettare, potremmo dimezzare il numero delle vittime nel mondo”.
L’ex team principal della Ferrari insiste molto sul tema dell’enforcement. Le leggi da sole non bastano: serve la certezza della sanzione. Per spiegare il concetto ricorre spesso all’esempio della Formula 1. “Anche nello sport che celebra la velocità ci sono regole rigidissime. Un’infrazione di pochi chilometri orari nella pit lane comporta penalità pesantissime. I piloti sanno che non possono sfuggire alle conseguenze. Lo stesso principio deve valere sulle strade”.
Per Todt il nodo della velocità resta centrale. Le discussioni sui limiti a 30 km/h nelle città non lo sorprendono. “Tutto ciò che riduce il numero delle vittime è positivo”, osserva. Ma invita anche a evitare approcci ideologici. “Bisogna usare intelligenza e buon senso. Ci sono strade dove trenta all’ora è giusto e altre dove servono parametri diversi. L’importante è spiegare ai cittadini che non si tratta di un fastidio, ma di una misura per salvare vite”.
Un altro tema spesso trascurato è la congestione urbana. Ore trascorse nel traffico significano perdita di produttività, aumento dello stress e maggior rischio di distrazione. Todt lamenta la difficoltà nel coinvolgere grandi aziende tecnologiche che potrebbero contribuire a migliorare la gestione dei flussi di traffico. “Ridurre la congestione significa rendere le città più sicure e più vivibili”. Quando si parla di nuove forme di mobilità, Todt invita alla prudenza. Monopattini elettrici e biciclette a pedalata assistita rappresentano opportunità importanti, ma anche nuove fonti di rischio se utilizzati senza adeguate protezioni. “Il casco dovrebbe essere una scelta naturale. Come è accaduto nello sci, dove oggi nessuno mette più in discussione la sua utilità”. Come capitato in Formula 1 quando lui volle introdurre a tutti i costi l’halo e venne criticato. C’era chi ironizzava dicendo: hanno messo un’ha-vaianas su una monoposto. Poi l’halo ha cominciato a salvare vite e oggi nessuno correrebbe senza. “Quando si è convinti di fare la cosa giusta bisogna andare avanti. Poi sarà il tempo a stabilire chi aveva ragione”. E sull’halo lui ha avuto ragione.
L’obiettivo “zero vittime” resta una stella polare, anche se Todt preferisce un approccio pragmatico. “Zero morti a Monte Carlo è una cosa, ma in un grande paese è probabilmente irrealistico. Ridurre drasticamente il numero di vittime è assolutamente possibile”. È convinto che programmi ben costruiti possano portare risultati sorprendenti. “Se scegliessimo alcune regioni pilota e applicassimo seriamente tutte le misure necessarie, in due anni potremmo dimezzare morti e feriti”.
Sul futuro dell’automobile, Todt mantiene una posizione equilibrata. Sostiene la mobilità elettrica soprattutto in ambito urbano e ricorda con orgoglio di aver contribuito alla nascita della Formula E. “Per l’utilizzo cittadino l’auto elettrica ha perfettamente senso. Per i lunghi viaggi continuo a preferire l’ibrido”. E gli Adas? E la guida autonoma? “Avete idea dell’età del parco circolante in certi paesi africani o dell’Asia? Ci sono auto di 40/50 anni, non ci sono servizi pubblici… viaggiano in 5 in moto. La maggior parte delle vittime viene dai paesi poveri, non possiamo certo pensare che Adas o guida autonoma possano avere degli effetti importanti. Cominciamo magari a fare delle verifiche sulle vecchie auto europee che vengono spedite in certe aree del mondo…”. Poi è ovvio che in paesi evoluti Adas e guida autonoma aiutino. Ma di certo non sono la soluzione del problema. Il vaccino per questa pandemia silenziosa sono l’educazione, le regole, la consapevolezza del pericolo a cui si va incontro se si guida distratti, ubriachi o drogati.













