Model S e Model X escono dal listino della casa almeno in Europa Una scelta che fa rumore in un momento così delicato Tante le cause della crisi: la politica di Musk e i problemi di prodotto
Dall’alfabeto Tesla spariscono due lettere. Bye-bye S e X, almeno qui in Europa.
L’estate si è infatti portata via Model S e Model X, uscite dal listino; restano in vendita le vetture già stoccate, oltre a Model 3 e Model Y, ma non ne varranno prodotte altre destinate al Vecchio continente. Pur non trattandosi di bestseller di peso, la coppia di elettriche rappresenta appena il 3% delle forniture trimestrali del brand, l’uscita di scena silenziosa fa rumore, soprattutto in un momento delicato come questo per l’intero comparto delle elettriche, per il marchio americano e per il patron “espulso” dallo Studio Ovale. Lo sappiamo, Tesla attraversa una delle fasi più difficili dalla sua fondazione, con risultati negativi sia dal punto di vista commerciale che finanziario. Le cause sono molteplici: concorrenza agguerrita, fattori politici, problemi di brand, alcune debolezze tecniche e il generale rallentamento della domanda di veicoli elettrici nei mercati maturi. L’azienda sta cercando di rispondere innovando e tagliando i prezzi, ma il recupero non è assicurato e, procedendo dritti verso la fine del 2025, il bilancio si prospetta di forte transizione. La crisi di Tesla diventa così uno dei temi centrali nella cronaca economica e automobilistica internazionale.
Ecco cosa sappiamo: nei primi due trimestri del 2025 Tesla ha registrato un calo delle consegne globali del 13,5%, scendendo a 384.122 veicoli nel secondo trimestre rispetto ai 443.956 dello stesso periodo nel 2024. Gli analisti prevedono che Tesla chiuderà l’anno con circa 1,65-1,69 milioni di consegne, un 8% in meno rispetto al 2024. L’utile netto del secondo trimestre è sceso a 1,2 miliardi di dollari, il 16% in meno su base annua. Anche il fatturato è in diminuzione del 12% (22,5 miliardi di dollari), mentre quello relativo alle vendite auto cala del 15%. E pure la capitalizzazione ha subito una pesante perdita in borsa, con il titolo che ha perso oltre il 45% dall’inizio dell’anno. La società vale oggi molto meno rispetto ai picchi di fine 2024.
Fra le cause della crisi ci sono senz’altro la concorrenza cinese di marchi come BYD che hanno superato Tesla sia in Europa che in Cina, grazie a una gamma più economica e tecnologicamente avanzata. In Europa, nel primo semestre Tesla ha perso il 33% delle immatricolazioni mentre il mercato bev era in crescita. La sovrapproduzione rispetto alla domanda in diversi mercati (Europa, Cina, Usa) dove la produzione è superiore alle vendite: un evidente segno di difficoltà nell’assorbire quanto viene prodotto e della necessità di sconti per stimolare la domanda. Non ultime, le tensioni commerciali con la Cina. Tesla ha infatti sospeso gli ordini di Model S e X anche in Cina e ha dovuto fronteggiare una contrazione del 49% delle vendite nel paese a febbraio, anche per effetto della guerra commerciale Usa-Cina e dei nuovi dazi.
Come se non bastasse, sempre in questo 2025, qualità e affidabilità delle vetture Tesla sono finite sotto la lente d’ingrandimento. Continuano a emergere problemi di affidabilità, specie sulla Model 3, con tassi di difettosità sensibilmente superiori rispetto alla media dei competitor elettrici su mercati importanti come Danimarca e Germania. Non bene nemmeno la Model Y, protagonista di aggiornamenti, che non sembra riuscita a trainare le vendite come previsto. Una flessione che ha portato, inoltre, Panasonic a rivedere al ribasso i propri piani di investimento nella produzione di batterie per Tesla.
Fra gli analisti c’è la convinzione che a incidere negativamente sia stata l’assenza di Musk, distratto dall’impegno al fianco del presidente Trump, repentinamente risolto con la separazione di cui tutti siamo a conoscenza. Ora però, secondo il Wall Street Journal, il ceo sarebbe nuovamente concentrato sulle proprie aziende e, nonostante i “buzz” di Washington che ne anticipano l’idea di creare un terzo partito, posizionato tra dem e repubblicani, nuovi e più recenti rumors sottolineano che più facilmente Musk starebbe pensando di puntare sul vice di Trump, JD Vence, per la corsa del 2028.
Personalmente, ho sempre pensato che prima o poi, forte dell’esperienza Starlink, Elon Musk si sarebbe dedicato alle telecomunicazioni, realizzando (con Tesla?) uno smartphone rivoluzionario e diventando (con Starlink) provider di servizi accessibili da ogni angolo del Pianeta. Di certo c’è che pur tra polemiche e difficoltà, mentre si divincola tra sfide legali, tensioni politiche, innovazioni tecnologiche e la transizione del settore automotive verso una nuova era, Musk è riuscito a blindare la propria posizione alla guida di Tesla e a mantenere la fiducia degli investitori. Oggi, il suo futuro resta legato alla capacità di traghettare Tesla (e X, SpaceX, Neuralink e xAI) verso nuovi traguardi visionari, in un contesto competitivo e incerto. Musk resterà ceo del brand automobilistico almeno fino al 2027: il consiglio di amministrazione gli ha assegnato un nuovo maxi-bonus di circa $29-30 miliardi in azioni come incentivo per garantirne la permanenza al timone in una fase turbolenta, dopo che un precedente piano retributivo era stato annullato da un tribunale del Delaware. Ora Musk dovrà mantenere le azioni per almeno 5 anni e restare operativo per altri 2 anni come ceo. Sarà un tempo sufficiente a stupire nuovamente tutti?









