“Nel lusso la passione non si regola: si accende. A noi tocca darle forma”. Paolo Dellachà, amministratore delegato di Automobili Pininfarina, lo dice piano mentre fuori la mattina si sfilaccia in una nebbia fitta, appoggiata alle colline delle Langhe come un velo sul tartufo. Alle 11 l’asfalto è ancora freddo e viscido: è il momento giusto per ascoltare la Battista Edizione Nino Farina da ferma, misurarne i silenzi, poi il respiro.
Da vicino colpiscono le proporzioni generose, i volumi pieni e morbidi della carrozzeria, le superfici tese che non urlano mai. La livrea Rosso Nino è profonda, screziata di Bianco Sestriere e Iconica Blu; piccoli orpelli in carbonio – splitter, minigonne, diffusore, cuciti come dettagli di un abito sartoriale. Le portiere si alzano, l’abitacolo è raccolto, ma non claustrofobico grazie alle ampie superfici vetrate: pelle traforata, cuciture fitte, Alcantara, il volante con la piastra “Nino Farina” anodizzata nera. Il cockpit, più da aereo che da granturismo, ti mette di fronte a cinque modalità di guida – Calma, Pura, Energica, Furiosa, Carattere – come cinque stati d’animo della stessa idea.
Poi c’è il suono. Non la caricatura di un V12, ma una sinusoide sintetica, una lama di luce che rimanda a Luke Skywalker e a Blade Runner: fantascienza coerente con un oggetto che di fantascienza vive. I primi metri sono un rito di ascolto, quando l’asfalto asciuga, si passa al sussurro che diventa spinta: 1.900 cavalli, 2.340 Nm, quattro motori e torque vectoring totale. La progressione è brusca solo se glielo chiedi; per il resto la Battista sembra “un treno su binari”, e in realtà quei binari li disegna lei, motore per motore, curva dopo curva. Le Michelin – le uniche a sopportare insieme coppia e massa – lavorano come un guanto tecnico: grip, avviso, poi, se vuoi, una lieve, controllata scompostezza del posteriore. L’angelo dell’elettronica veglia senza togliere gusto: ci si sente a casa dopo mezz’ora.
Dellachà riporta la scena alla sua origine: “Nel 2018 abbiamo scelto l’elettrico perché era la strada per lasciare un segno, senza l’inerzia termica di chi doveva traghettare un’eredità. Battista doveva portare al centro il nostro nome”. Non è un’auto da pista, insiste: si gode in collina, in montagna, sulle strade in cui il dislivello scolpisce il carattere. Eppure i numeri restano: 0-100 in 1,86 s, 350 km/h, batteria T da 120 kWh, fino a 476 km WLTP. Torino, non Motor Valley: un pizzico di orgoglio sabaudo dentro un’auto che è Italia, tutta.
L’utilità di un’hypercar elettrica? Domanda vecchia, risposta onesta: c’è chi la parcheggia sotto un telo per puro collezionismo e chi la usa tutti i giorni, perché l’elettrico qui è semplicità: niente frizioni, niente isterie, solo una trazione integrale che si veste da velluto. “Le tecnologie conviveranno: endotermico, ibrido, elettrico. Nel nostro mestiere si fa ciò che accende il desiderio”, aggiunge. E lascia trapelare che il prossimo progetto potrebbe avere un cuore termico elettrificato. Tradizione intesa come capacità di innovare: dalla Cisitalia in avanti.
Nel pomeriggio la nebbia si alza, i filari tornano a colore: ocra di foglie, bruno di terra bagnata, l’argento delle vigne spoglie. In “Energica” la spinta si fa immediata; in “Furiosa” la Battista irrigidisce sguardo e spalle, frena di motore in rigenerazione con una naturalezza che sorprende. Il suono resta: un filo sonoro che accompagna, modulare e pulito, niente nostalgia obbligata. Se vuoi, lo spegni, e resti con il fruscio dell’aria.
La Edizione Nino Farina – tirata a cinque esemplari, con targhe celebrative dei momenti storici del primo campione del mondo F1 – è un omaggio gentile, non un santino. È la celebrazione di una famiglia e di un’idea italiana: l’eleganza come funzione, la funzione come emozione. Alla sera, quando ridiscendiamo verso Alba, il traffico è un ricamo di luci. La Battista scivola in “Carattere”: la GT che non ti stanca. Forse è questo il punto: un’astronave che sa parlare sottovoce. La passione, davvero, non si regola. Si accende.









