L’influenza si riflette anche nei nomi delle vetture. Emblematica la Opel Olympia del 1935, dedicata ai Giochi del 1936
Dalle prime sponsorizzazioni visionarie alle flotte elettrificate che oggi sfrecciano tra Milano e Cortina, le Olimpiadi sono diventate l’arena perfetta dove i colossi dell’automotive combattono la battaglia più spettacolare, per conquistare l’immaginario globale. Dietro le promesse green e i comunicati patinati si nasconde una storia fatta di colpi di genio, ambizioni autentiche ma anche di operazioni di facciata e momenti surreali che hanno segnato il legame tra quattro ruote e cinque cerchi.
Partiamo da Squaw Valley 1960, quando Renault decide che non basta più fornire qualche auto qua e là, e vuole entrare nelle case degli spettatori proprio mentre guardano la Cerimonia d’Apertura. Con la Dauphine sfoggiata in pompa magna durante la diretta televisiva, il marchio francese rompe il ghiaccio e nel 1968 alza ulteriormente l’asticella con una sessione fotografica ad alta quota per la nuova Renault 4, lanciata tra neve e tornanti per dimostrarne la proverbiale versatilità. L’operazione, impeccabile sulla carta, si conclude con un fuori programma: un giornalista perde il controllo del mezzo e termina la corsa nel parcheggio degli atleti norvegesi. Un piccolo incidente diplomatico sciolto, fortunatamente, in una risata collettiva.
Non mancano, tuttavia, intuizioni sorprendentemente lungimiranti. A Monaco 1972 (Olimpiade estiva), BMW introduce prototipi elettrici 1602e come vetture da ripresa televisiva, con l’obiettivo di ridurre le emissioni locali: un esperimento pionieristico che anticipa di decenni il dibattito sulla mobilità sostenibile. Bisogna attendere Nagano 1998 per vedere ai Giochi Invernali una flotta “verde” strutturata, quando Toyota schiera 1.500 veicoli, tra cui modelli ibridi ed elettrici, portando tecnologie a basso impatto in un contesto montano particolarmente fragile.
L’attenzione ambientale si consolida a Torino 2006, dove Fiat ottiene la qualifica di “Environment Olympic Partner”. Le auto diesel Euro4, all’avanguardia per efficienza, si affiancano a corsi di guida ecologica per i volontari e a una rete di autobus a metano. È un approccio sistemico, in anni in cui la sostenibilità non è ancora una parola d’ordine universale.
Il salto più audace si registra a Vancouver 2010. La British Columbia lancia la più ampia flotta al mondo di autobus a celle a combustibile a idrogeno. 20 mezzi a emissioni zero operano tra Vancouver e Whistler lungo la neonata “Hydrogen Highway”. Costi elevati, condizioni estreme, ma risultati tangibili, con una riduzione significativa delle emissioni rispetto ai diesel equivalenti e un impulso concreto allo sviluppo della tecnologia. Accanto a questi, GM contribuisce con SUV ibridi come Chevrolet Tahoe e GMC Yukon Hybrid.
Sochi 2014 rappresenta, al contrario, un’occasione mancata. Volkswagen introduce alcuni modelli a metano e ibridi, ma l’innovazione si concentra soprattutto sul marketing, con la spettacolare “Amarok Polar Expedition”: 16.000 km attraverso le regioni più remote della Russia, a celebrare robustezza e avventura. A chiudere i Giochi, la consegna, da parte di una no-profit, di SUV Mercedes-Benz ai medagliati russi, anche ai non patentati, tra cui una 15enne, prontamente affiancati da un autista.
L’idrogeno torna protagonista a PyeongChang 2018, dove Hyundai dimostra veicoli a guida autonoma di livello 4 su strade innevate. Curiosamente, pur essendo sponsor olimpico globale, Toyota mantiene un profilo discreto, evitando di sovrapporsi al costruttore di casa. Il culmine si raggiunge a Pechino 2022, con oltre 1000 veicoli a idrogeno schierati: la più vasta dimostrazione mondiale di FCEV fino a quel momento. Persino i mezzi battipista adottano soluzioni elettriche o ibride.
L’influenza olimpica si riflette anche nei nomi delle vetture. Emblematica la Opel Olympia del 1935, dedicata ai Giochi del 1936. Buick, negli USA, propone versioni “Olympia” in occasione di Los Angeles 1984, Calgary e Seoul 1988, con livree candide e dettagli dorati. Rover, nel 2002, sostiene il Team GB con le 25/45 Olympic Impression, mentre Renault per Albertville 1992 lancia un’intera gamma “Olympique 92”. Oggi queste serie celebrative sono oggetto del desiderio per i collezionisti.
Vi sono poi episodi che hanno inciso sulla reputazione dei marchi. A Sarajevo 1984, Mitsubishi fornisce una flotta di SUV, tra cui il Pajero, ancora poco noto fuori dal Giappone: l’affidabilità dimostrata tra ghiaccio e pendii balcanici ne consacra il successo. A Salt Lake City 2002, il torch relay attraversa gli Stati Uniti su un Chevrolet Avalanche in livrea olimpica, percorrendo oltre 13.500 miglia in 65 giorni.
E arriviamo a Milano-Cortina 2026. Una flotta di circa 3000 vetture dei marchi italiani (Alfa Romeo, Fiat, Lancia e Maserati), garantisce la mobilità tra le sedi urbane e le valli alpine. Oltre la metà adotta propulsioni elettrificate, sottoposte a severi test invernali su strade ripide e innevate.
Tradizione e innovazione si incontrano così sotto il segno dei cinque cerchi, nel tentativo di essere immortali, come gli dèi dell’Olimpo.









