Un viaggio nel miracolo italiano con i consumi che schizzano e il paese che comincia a muoversi su quattro ruote
Se non ci fossero le immagini, oggi, nell’Italia dello “zero virgola”, si stenterebbe a credere che c’è stato un periodo in cui il Paese cresceva del 6% l’anno. Un Paese ottimista grazie a un potente aumento di salari e consumi, capace di ridere – anche di sé mentre si buttava alle spalle la tragedia della guerra e ripartiva a una velocità che aveva del miracoloso. Non a caso è stato definito il “miracolo italiano”: era l’Italia del Boom economico. La racconta e spiega bene il documentario in onda su Focus (canale 35) venerdì 26 alle 21.10 e poi in replica: “ Boom! L’Italia della 600”. Perché quell’automobile ne è l’icona, avendo trasportato il Paese a pieno regime verso la modernità.
Certo, l’Italia devastata e sconfitta partiva dal fondo. Ma proprio la necessità di ricostruire, favorita dal Piano Marshall, dal basso costo del lavoro e delle materie prime, innescò una ripresa economica e morale che sorprese gli stessi governanti. Su tutte spicca la figura del fondatore dell’Eni Enrico Mattei, che intuì che lo sviluppo passava per l’indipendenza energetica. L’insieme di questi ingredienti fa sì che negli Anni 50 il reddito nazionale raddoppi e l’industria triplichi la produzione. C’è lavoro per tutti, anche per le donne – uno dei risvolti più importanti – e tutti hanno fiducia in un futuro migliore ormai alla portata di sempre più famiglie.
I consumi schizzano. Nascono i primi supermercati sul modello americano. Immense quantità di prodotti mai visti o solo sognati vengono riversate sul mercato. Frigoriferi, lavatrici, “radio, grammofoni, televisori: l’Italia è come l’America!” recita un claim entusiasta. Soprattutto la tivù (la Rai inizia le trasmissioni nel ’54), quella che più ha segnato il cambiamento sociale, “elemento costitutivo della ricostruzione” perché implementa la spinta alla moder-nizzazione e ai consumi e contribuisce a unire il Paese, anche linguisticamente.
Ci sono pure costi sociali, come lo spopolamento delle campagne e l’emigrazione dal sud (800 mila persone solo fra il ’60 e il ’63), la nascita di grandi quartieri dormitorio nelle città industriali del nord, l’inquinamento e la trasformazione del paesaggio. Si costruiscono infatti ponti, ferrovie, autostrade, lungo le quali gli italiani si spostano come mai prima. Viaggiano metaforicamente da un Paese agricolo a uno industrializzato e moderno, come certificherà la vetrina dell’Olimpiade di Roma nel 1960.
E’ in questo contesto che nel 1955 la Fiat lancia la 600, “modernissima, agile, sicura”. Dante Giacosa progetta un’utilitaria capace di trasportare una famiglia e il suo bagaglio alla straordinaria velocità di 95 km all’ora, spartanamente efficiente e soprattutto accessibile: costa 590.000 lire, poco più dello stipendio annuo di un operaio. Roberto Giolito che per Fiat ha curato la nuova 500 e oggi è capo dell’Heritage del gruppo, racconta i pregi della 600 che ha fatto la storia della mobilità in Italia e non solo. E’ un boom nel Boom: la Fiat arriverà a produrne mille al giorno, con liste d’attesa infinite. Il documentario cita una scena de “I mostri” di Risi che ben sintetizza quel momento (1963), quando Ugo Tognazzi acquistando proprio una 600 rassicura la moglie: “La macchina ormai non è più un lusso, è una necessità per tutti”. La 600 segna l’inizio di una nuova era, come se grazie a lei l’Italia che si muoveva con l’orizzonte limitato della Lambretta avesse cambiato dimensione. Tutto è più vicino, tanto da sdoganare persino il concetto di vacanza, che da elitario diventa di massa. Uscirà di produzione, dopo milioni di esemplari venduti, nel 1969, che emblematicamente è anche la data della fine del Boom.













