A Torino non si producono più tante auto come una volta, ma quella che un tempo era la città della Fiat e della Lancia resta la città dell’automobile, capace ancora di mettere le quattro ruote al centro di mostre, eventi e saloni. Aspettando il Salone dell’Auto tra l’11 e il 13 aprile, il Mauto ha inaugurato la mostra dedicata ai “Nemici del Drake”, le scuderie che fecero concorrenza a Enzo Ferrari in Formula 1 e a metà maggio al Leica Store di via Carlo Alberto è stata inaugurata la mostra fotografica intitolata “I volti della velocità”, in cui Alessandro Barteletti racconta delle storie attraverso i suoi scatti rigorosamente in bianco e nero. Non sono semplici fotografie, ma veri racconti. Ogni scatto è una storia, quasi un’intervista. D’altra parte Alessandro è il fotografo che quando la Dallara gli affidò il libro per celebrare i 50 anni dell’azienda ha risposto con una provocazione: accetto, ma raccontiamo la storia senza fotografare le auto e ritraendo solo le persone. Sfida accettata dall’azienda e vinta dal fotografo. Alcune di quelle foto sono esposte a Torino (la mostra resterà aperta fino a settembre). La lunga didascalia dello scatto riservato a Giampaolo Dallara dice: “È sul circuito di Varano de’ Melegari, a due passi dalla storica sede della sua azienda, che Giampaolo Dallara – progettista e fondatore della Dallara Automobili – mi regala l’immagine più bella. Ha gli occhi che brillano come quelli di un bambino la mattina di Natale e le mani afferrano il volante come fosse un dono appena scartato. La Lamborghini Miura è un capolavoro dell’automobilismo e Dallara ha contribuito a crearla nei lontani anni Sessanta insieme a personaggi del calibro di Marcello Gandini e Paolo Stanzani. “A ripensarci – racconta – è nata dall’incoscienza dei nostri trent’anni. Allora, non sapevo di non sapere e tutto sembrava più facile: questa automobile è il frutto del coraggio più sfacciato che hai soltanto a quell’età”.
Ci sono anche un Luca di Montezemolo in posa involontaria sotto il Cavallino o Piero Ferrari che al volante di una rossa d’epoca evoca una celebre fotografia del padre a cui assomiglia sempre di più. “Gestualità e portamento sono quelli del padre ma a colpire è il modo pacato con cui racconta. Piero Ferrari, figlio di Enzo, è un uomo elegante e d’altri tempi. Sul set si sofferma a parlare di fotografia e macchine fotografiche, svelandosi un intenditore. D’altronde, la passione per la meccanica lo motiva sin da ragazzo, quando comincia ad assistere alle attività della Ferrari dove entra ufficialmente nel 1969…”. Ci sono Nick Mason che dai Pink Floyd è passato alle auto d’epoca, l’ingegner Mauro Forghieri, l’astronauta Paolo Nespoli e poi tanti piloti: Mario Andretti, Emanuele Pirro, Eddie Cheever, Tony Kanaam, Sophia Flörsch e l’intramontabile Arturo Merzario: “La tuta è quella originale delle gare con l’Alfa Romeo, quando vinse il Campionato del Mondo nel 1975 e nel 1977. Il casco risale invece agli anni con la Ferrari: “Vedi il Cavallino? Lo misi su quando arrivai a Maranello nel 1969. Da allora non l’ho più tolto, anche dopo aver chiuso i rapporti con Ferrari. Con una differenza: aggiunsi le briglie e girai la coda verso il basso”. Arturo Merzario, il pilota che ha corso per Carlo Abarth, Enzo Ferrari e l’Autodelta di Carlo Chiti, l’uomo che ha strappato dalle fiamme Niki Lauda, fece ciò che nessun altro avrebbe mai osato: domare il Cavallino di Maranello”. Ad un certo punto compare il dito medio e scatta la fotografia. Chissà magari si era solo rotto di mettersi in posa.










