Cambiano le regole per l’accesso in centro: pagheranno anche le auto elettriche. Arriva il pass da 1.000 euro
Roma ha un talento raro: riesce a trasformare ogni rivoluzione in un permesso, ogni promessa in un modulo, ogni virtù in una tassa. Ora tocca all’auto elettrica. Nelle stanze del Campidoglio si discute un pass annuale da 1.000 euro per entrare nella ZTL del centro storico con una BEV se non si è residenti – o non si rientra nelle categorie esentate. L’obiettivo dichiarato è la “decongestione”. Traduzione romana: fino a ieri ti dicevamo “vai, sei pulito”, oggi ti diciamo “vai, ma pagando”.
Il problema non è che un Comune regoli gli accessi. Il Codice della Strada consente di limitare o facilitare la circolazione per ragioni di traffico e tutela ambientale. Il problema è il metodo, e soprattutto la coerenza. Roma per anni ha costruito un patto implicito: investi di più per passare all’elettrico, registri la targa sul portale, e in cambio ottieni accesso e agevolazioni. Patto già fragile, perché qui basta dimenticare una registrazione online e la città risponde con una multa recapitata a casa, rilevata dalle telecamere: 83 euro più spese.
C’è poi un’anomalia tutta capitolina. In molti comuni italiani le regole su ibride e plugin cambiano, ma raramente diventano un labirinto identitario. A Roma, se non sei residente, con un’ibrida l’accesso in ZTL è già un “no” secco. Così la mobilità “buona” si trasforma in una tessera di appartenenza: dentro o fuori, degno o indegno. Una gestione che ricorda il Marchese del Grillo applicato alla viabilità: l’autorità decide, il resto si adegua.
La cosa grottesca è che tra le elettriche che entrano in centro non ci sono solo SUV da passerella. Ci sono furgoni per le consegne, piccoli artigiani, operatori che hanno deciso di investire sull’elettrico, contribuendo allo svecchiamento del parco circolante, anche per evitare i balzelli che colpiscono i mezzi termici. Se oggi il segnale diventa “paghi comunque”, il mercato non legge un invito alla razionalità: legge una smentita.
E qui il parallelismo romano viene naturale, senza forzare la storia. Bruto colpì Giulio Cesare a pochi passi dal Campidoglio. Oggi, sempre nella zona del Colle capitolino, si rischia di piantare una lama amministrativa nel fianco dell’auto elettrica: non per motivi tecnici, ma perché quando un’idea smette di essere ideologia e comincia a diffondersi, diventa improvvisamente “troppa”.
Il paradosso è completo se si guarda al contesto. Nel centro storico i punti di ricarica pubblici sono pochi e le ricariche veloci restano un miraggio. Si chiede al cittadino di spendere di più per acquistare un’auto elettrica, di accettare pianificazione, tempi e app, e poi gli si presenta il conto anche per entrare dove l’elettrico avrebbe più senso: meno rumore, zero emissioni allo scarico. È una pedagogia capovolta.
E non è finita. La direttiva collegata elimina anche la sosta gratuita sulle strisce blu per le mild hybrid. Anche qui la logica dichiarata è la gestione dello spazio. L’effetto pratico è un messaggio unico: la transizione vale finché resta minoritaria; quando cresce, si alza il ponte levatoio.
Non stupisce che si parli già di ricorsi e di una class action in preparazione, mentre cittadini e associazioni si mobilitano per fermare il provvedimento che potrebbe entrare in vigore da giugno, dopo il passaggio in Giunta. Forse Roma avrebbe bisogno di meno slogan e più infrastrutture, meno colpi di scena e più regole stabili. Governare il traffico è legittimo. Governare per umori, molto meno. E soprattutto, non è più tempo per una città amministrata come se il privilegio fosse una concessione personale.









