A Carmagnola nell’hinterland torinese c’è la bottega di Daniele Ravera che restaura auto d’epoca: “Lavoro sulla carrozzeria e le finiture. Mi capita di smontare un’auto e di trovare che i due lati sono diversi”
Carmagnola, hinterland di Torino, imboccatura della Provincia Granda verso il Castello di Racconigi. Si varca la soglia di una bottega artigiana e sembra di trovarsi in uno dei negozi di Harry Potter in Diagon Alley. Al posto del celebre maghetto c’è Daniele Ravera, restauratore e amante delle auto d’epoca, più propriamente lastratore o battilastra, uno degli ultimi eredi di una grande tradizione. Nel secolo scorso, secondo dopoguerra, le carrozzerie si “battevano” a mano, ossia si dava forma a suon di martello a modelli che hanno scritto la storia. Oggi Ravera o suoi ormai sparuti colleghi lavorano soprattutto al restauro. Lui collabora anche con ModenArt, il progetto culturale che ricrea carrozzerie intere o parziali di Ferrari mitiche (la GTO, per esempio) che diventano oggetti da esposizione. “Sono quasi 36 anni che ogni mattina alzo la saracinesca con orgoglio – racconta Ravera -. Sono entrato in questa azienda come ragazzo di bottega, poi il mio maestro oltre che titolare, quasi un padre per me, si è ritirato e sono subentrato io. La gran parte del lavoro è il restauro, il resto è prototipia in collaborazione con i centri stile, oppure piccole lavorazioni manuali per marchi di nicchia”.
Ci racconti un restauro.
“In questo settore esiste una specializzazione, io ad esempio non eseguo verniciature, né intervengo sugli interni o sulla meccanica. Il mio compito è restaurare le carrozzerie com’erano all’epoca, anche migliorandole un po’, senza stravolgere i concetti originali, ma adottando una maggiore precisione. Del resto io intervengo su una sola auto, i battilastra di un tempo erano pagati a cottimo, erano ammesse tolleranze maggiori, mi capita di smontare delle auto e di trovare discrepanze tra lato destro e lato sinistro”.
Dopo aver dato forma alle varie parti, bisogna assemblarle.
“Le saldature di un tempo erano molto grezze, ma su questo non intervengo, perché mi sembra giusto che su un’auto restaurata tutto sia il più possibile vicino all’originale”.
Un lavoro certosino.
“Sui modelli degli Anni ‘50 e ’60, quelli che preferisco, tutto è ricostruibile, tutto è riparabile. Plastica ce n’era poca, il posacenere era in ottone, ad esempio, così come la piastrina del fanale. Io intervengo anche sulla minuteria, lavorando diversi metalli”.
Sul ponte in queste settimane c’è una Lancia Aurelia.
“Era quasi disfatta, da metà in giù di recuperabile c’era ben poco. Per rifare una carrozzeria così ci vuole circa un migliaio di ore di lavoro, ma è difficile fare delle stime, immaginate di restaurare un casale d’epoca, ogni giorno ci si può trovare di fronte a una sorpresa. Nel nostro settore è più o meno lo stesso. Anche i costi sono difficili da prevedere”.
Com’è nata questa sua passione?
“Finita la scuola dell’obbligo ho deciso di cominciare a lavorare ed è stata una fortuna ritrovarmi in questa bottega. Lì è scattata la scintilla, ma posso assicurare che è un mestiere difficile da apprendere e da insegnare, tutto dipende dai maestri
che trovi, la vera base è la passione” Consiglia a un giovane di seguire le sue orme?
“Certo, ma è difficile trovare giovani che vogliano provarci. In genere cominciano con tanto entusiasmo e dopo qualche mese cambiano strada. E’ anche un lavoro fisico, ci si stanca. Ormai viviamo di immediatezza e facilità, il mio è un mondo diverso.”
Lei opera su disegni originali?
“Non è così facile averli, a volte il cliente se li procura e qualche copia nei miei archivi c’è. Spesso deduco forme e misure da quello che ho a disposizione, ho una montagna di reperti che conservo in una specie di cimitero nel quale solo io so districarmi. Direi che questa è la fonte più pura per ricostruire, un parafango ferroso diventa una fonte di documentazione”.
A quale modello è più affezionato?
“Il progetto al quale ci si appassiona di più è sempre il prossimo. E’ bello lavorare con ModenArt, ho collaborato con un battilastra come Afro Gibellini che lavorava con Enzo Ferrari, ma siamo in un campo diverso dal restauro vero e proprio, si tratta di opere da esposizione. Per me ricostruire un modello – che sia una Fiat 1100 o una Lancia Aurelia – è un fatto che vale di per sé, mi affascina la lavorazione come atto creativo”.
Cosa pensa delle repliche o dei restomod?
“Se ne può discutere, io sono un purista e preferisco il restauro, tanto che in trent’anni credo di aver realizzato solo una replica e non era nemmeno una vera replica, perché si trattava di ricarrozzare un telaio Ferrari. Il mercato però le premia parecchio, l’importante è che si sappia bene la differenza tra originale e replica”.
E il restomod?
“Non mi piace snaturare l’identità di un’auto, in generale sono d’accordo con un grande designer come Leonardo Fioravanti (classe ’38, a lungo direttore dello stile Pininfarina, autore di celebri modelli Ferrari, ndr): è meglio usare le energie per creare che per ricreare”.
La parte più difficile del suo lavoro?
“La finitura. A volte ti trovi di fronte a una carrozzeria che sembra a posto, ci passi le dita sopra, la guardi da diverse angolazioni e ti accorgi che si potrebbe sempre fare meglio. E così ci vogliono altre 100 ore”.









