Il boemo vincitore delle ultime due edizioni: “Ho visto mio padre gareggiare con questi bestioni ed è diventato il mio sogno: per me il deserto è più tranquillità che avventura”. Gli studi di Prometeon sulle gomme in quattro centri di ricerca, uno anche in Italia
Ha sfidato il deserto con i suoi camion con la stessa leggerezza con cui una libellula si muove tra un cumulo di sabbia e l’altro lungo spiagge assolate. “Perché serve cambiare il pensiero sul camion, visto solo come un mezzo pesante con cui è impossibile muoversi. Invece…”. Invece Martin Macik Jr, 36enne boemo di Benesov, è arrivato prima di tutti nelle due ultime Dakar proprio nella classifica dei truck. E il 3 gennaio nella saudita Yanbu, sede di partenza e arrivo dell’edizione numero 48 della corsa, sa che la concorrenza cercherà di scalzarlo dal suo trono: “Mi sono molto preparato per questo. Confermarsi è sempre più difficile”. A maggior ragione quando hai una tradizione da portare avanti. La storia di Martin Macik con la Dakar inizia infatti con il padre, con cui condivide non solo il nome: Martin senior si misurò con la Dakar per la prima volta nel ‘03, Martin Jr ha iniziato da navigatore nel ‘13 e l’ultimo biennio ha sublimato con due successi al volante la propria storia d’amore con la regina delle sabbie. “Ho sempre pensato che prima di diventare pilota occorresse fare il navigatore”, spiega oggi Macik. “Tra la versione sudamericana e quella araba della Dakar ci sono tante differenze”, confessa senza ipocrisie. “In Sudamerica ci sono moltissimi fan, in Arabia sei al top in termini di organizzazione, ma nessuno viene alla gara: tutti la vivono sui social. Ricordo in Argentina quando mi hanno riconosciuto alla pompa di benzina: sono stato assalito da fan che inserivano il cellulare in abitacolo per scattarsi una foto con me e sono dovute intervenire le Forze dell’ordine”.
Il distinguo che fa Macik è sì di passione, ma anche di tecnica: “Dopo un lunghissimo viaggio aereo, in Sudamerica era necessario acclimatarsi prima e affrontare fortissimi sbalzi termici poi. In Arabia ci si arriva a ridosso della gara e i terreni sono sabbia e sassi. Sì, direi che preferisco la Dakar sudamericana”. Ma se il contesto muta, a non cambiare è il modo con cui Macik affronta il rally: “Con il camion, certo. È la specialità reale, mio sogno da ragazzo. E questione di cuore, visto che mio padre gareggiava con lo stesso mezzo. Ho iniziato ad andare in moto a 4 anni, ma la Dakar su due ruote è troppo pericolosa. L’auto è invece troppo costosa: si deve avere una fabbrica alle spalle, altrimenti non si arriva da nessuna parte. Il camion vive invece di un pregiudizio: si fatica a pensare che bestioni da 10 tonnellate attraversino il deserto, ma la tecnologia ha migliorato anche il comfort”.
Ed è sul cassone di carico di un truck che Macik ha portato la propria popolarità nella sua Repubblica Ceca: organizza talk show itineranti nei teatri dentro e fuori Praga, poi seguitissimi incontri motivazionali e di team building: “Nella Dakar ’23 ci siamo trovati in pieno deserto a superare un fiume largo 100 metri, nato da pioggia improvvisa. Ci siamo ritrovati in mezzo e potevamo contare solo su noi stessi. Consapevolezza utile a tutti, quella di dover cercare di trovare soluzioni senza mai mollare”. La poliedricità di Macik si sviluppa anche attraverso driver experience con i fan: “Mi era stato domandato: ‘Ci fai fare un giro in camion con te?’. Accogliere alcuni, ma non altri non era bello, quindi ho deciso di aprire a queste sessioni di training. Ricevo fino a 200 ospiti l’anno, solo che per i prossimi 8 anni sono sold out”. È così che in camion o in buggy, Macik è diventato ambasciatore della Dakar. “E dire che per me il deserto è sì avventura, ma soprattutto tranquillità”, contestualizza. Lui che con il padre che ha creato la MM Technology per mettere a punto truck adatti alle sfide estreme. “Abbiamo 17 camion che girano il mondo, alla Dakar ne avremo 9. Vogliamo contribuire a far cambiare la visione sul camion e la bellezza di guidarlo”. Che è una sfaccettatura diversa di quel che sta portando avanti anche con Prometeon, con cui è nata una sinergia in grado di mettere a terra lo pneumatico S02 Rally. Una partnership rinnovata proprio a fine novembre per il triennio ’26-’28: alla Dakar che sta per partire saranno 6 i camion equipaggiati Prometeon Serie 02 Rally e tra questi l’MM Tecnhology EV04, l’ultimo modello prodotto dalla factory ceca e ribattezzato Joseph. “Sin dall’avvio della collaborazione con Prometeon abbiamo capito che il progetto sarebbe stato vincente”, ha alzato il pollice Macik. Nello specifico, gli pneumatici calzati dal camion del vincitore delle ultime due edizioni sono studiati per l’utilizzo off road estremo, con il battistrada progettato per terreni variabili e per garantire trazione su ghiaia, asfalto e fango, grazie a una mescola che offre grip costante e fianchi irrobustiti per resistere a forze laterali estreme e accelerazioni intense. Uno sviluppo condotto in 4 centri di ricerca internazionali, tra cui uno a Cinisello Balsamo, nel Milanese. Nel ’25, tra i 6 camion sviluppati da MM Technology alla Dakar con gli S02 Rally di Prometeon, anche quello guidato da Danilo Petrucci. “Con Prometeon sviluppiamo nuove soluzioni tecnologiche e stiamo già lavorando per testare le soluzioni per il 2026”. Perché non si può mai sapere la strada che ci si para davanti, in gara e non solo. Una terza generazione di Macik è già sbocciata, ma Martin questa volta frena: “Non ho l’ambizione che mio figlio faccia ciò che faccio io, spero che lui scelga la propria strada. Però”, aggiunge, “sarebbe strano se non gli piacessero i camion”.













