La Car Week californiana alimenta i sogni degli appassionati ma il rischio è che ormai tutto si consumi a ritmo di social
Succede ogni agosto, puntuale come l’alba che illumina la scogliera del Pacifico: sul prato di Pebble Beach va in scena l’ultimo rito della Monterey Car Week. Tra velluti, cromature e passi leggeri sul “green carpet” allestito alla buca 18, c’è sempre un istante in cui il tempo sembra fermarsi, come se il respiro dell’oceano imponesse la sua cadenza.
Quest’anno quell’attimo ha avuto il profilo sottile e irripetibile della Hispano-Suiza H6C Nieuport- Astra Torpedo Tulipwood del 1924. Una rarità assoluta – è l’unica al mondo – portata sul green dai coniugi Anderson, gli ultimi di una lunga serie di proprietari illustri che parte da André Dubonnet, asso dell’aviazione della I° guerra mondiale, inventore, visionario, creatore di un sistema di sospensioni poi acquistato dalla General Motors. Guardandola, il suo legno levigato sembra custodire riflessi antichi, come una fusoliera pronta a staccarsi da terra. È più di una macchina: è memoria che respira, è luce che vibra, è una cattedrale sospesa nell’aria.
Eppure, dietro lo splendore della settimana, si è percepita un’atmosfera diversa. Meno collezionisti del solito, meno Case ufficiali a presidiare la scena, come se in questo spicchio di California si fosse insinuata un’ombra. Forse i dazi che gli Usa applicano all’Europa hanno un peso invisibile.
Il percorso verso quell’epilogo comincia sempre nei giorni precedenti, lungo la costa battuta dal vento. A Laguna Seca, tra i cordoli del “cavatappi”, la memoria ruggiva con i V8 delle IROC e con le monoposto di Formula 1 d’epoca. Il Rolex Monterey Motorsports Reunion resta un museo in movimento, capace di trasformare la nostalgia in adrenalina, con piloti che affrontano il saliscendi del circuito come se i decenni non fossero mai passati. È lì che il rombo diventa cronaca viva e il passato non resta confinato nelle teche di un salone, ma nella polvere e si misura ancora col cronometro.
La settimana era già decollata qualche giorno prima con Motorlux, la serata glamour sulla pista dell’aeroporto di Monterey. Tra aerei storici e supercar, il cocktail party organizzato da Hagerty ha mescolato collezionisti e appassionati. Una festa sospesa tra il rombo dei motori: esclusiva, ma aperta, raffinata, ma vitale.
Il venerdì, sul prato del Quail Lodge, si entrava in un’altra dimensione. “La quaglia” è il salotto più esclusivo della settimana, quello dove l’ingresso costa quanto un viaggio intorno al mondo e dove i marchi scelgono di far debuttare i loro gioielli accanto ad aspiranti reginette di un Concorso di eleganza. Quest’anno il
Best of Showè andato a una creatura di Maranello: la Ferrari F50 GT1, unica nel suo genere, capace di catalizzare sguardi come un’opera d’arte contemporanea. Accanto, le provocazioni firmate Eccentrica, Lamborghini e Bugatti lucidate fino all’estremo. Ma più di tutto, il Quail resta il paradosso più affascinante della Car Week: una fiera che è insieme museo, passerella e festa privata.
Sabato, al Bayonet Black Horse Golf Course, è toccato al Concorso Italiano. Quarantesima edizione, tra nostalgie e contraddizioni. Tantissime le Alfa Romeo, dalle Giulia ai Duetto di ogni epoca fino a una 159 SW. Una fedeltà, quella degli Alfisti che non conosce tempo. Con loro c’eravamo anche noi con una Tonale che ci ha accompagnato per tutta la settimana. Maserati ha giocato in casa con eleganza tra le varie epoche. C’è stata emozione, certo, ma anche una sensazione di eccessiva “mescolanza”, con suggestioni esotiche che hanno reso meno nitido il tributo all’italianità pura.
In parallelo, Monterey ha accolto anche il Soc – Supercar Owners Circle – con il suo corteo quasi surreale di hypercar moderne. Dalle one-off di Bugatti e Pagani alle Ferrari Monza, fino alle McLaren in edizioni limitate, il gruppo di collezionisti più esclusivo al mondo, qui per la prima volta, ha trasformato le strade della Penisola californiana in una passerella a cielo aperto. Un evento che non appartiene alla tradizione storica della Car Week, ma che ne potrebbe rappresentare una costola inevitabile, fatta di velocità, lusso e spettacolo.
.. E poi le aste, altro termometro della passione e della fiducia nel futuro. Da RM Sotheby’s a Gooding & Co., da Mecum a Bonhams, i colpi di martello hanno continuato a dettare record e delusioni. Le gloriose Aston, Bentley, Porsche e Bugatti d’epoca hanno lasciato spazio alle youngtimer che ormai non sono più una moda, ma una certezza: ogni volta che il prezzo saliva in sala, si capiva che Monterey non è solo un palcoscenico estetico, ma un mercato pulsante.
Restava, intatta, la magia del concorso finale. Un teatro che da decenni è santuario e vetrina, luogo dove le auto non si mostrano soltanto: brillano di un’aura che le rende parte di un patrimonio universale. Ma insieme agli intenditori, alle famiglie che tramandano collezioni, sono comparsi altri protagonisti: gli influencer. Stories, reels, sorrisi veloci a immortalare un istante che sparirà dopo ventiquattr’ore.
Segno che persino Pebble Beach, con tutta la sua allure, oggi si consuma al ritmo di un feed. E non vorremmo che del concorso più celebre del mondo si parlasse soltanto nell’arco di un giorno, giusto il tempo che l’ultima storia scompaia dagli schermi dei telefonini.













