Pontremoli: “Non possiamo competere sull’efficienza, dobbiamo farlo sul valore”. Non solo grandi marchi, la differenza la fa l’unione
Se lavoriamo insieme non ce n’è per nessuno”. Alexandre Dumas (padre).
E no, quella era “Uno per tutti e tutti per uno”! La nostra versione, Made in Italy, è la Motor Valley e a pronunciare queste parole è Giampaolo Dallara.
Quel tratto della Pianura Padana che corre da occidente a oriente, tra il lento declinare delle colline e l’ordinata distesa dei campi, tutto a filari, a capannoni e a strade diritte come righe tracciate da mano paziente, è la Motor Valley, che si estende ufficialmente lungo la Via Emilia, coinvolgendo tutte le nove province emiliano-romagnole, dove il rombo di un motore è musica. La suonano le officine con il metallo e il carbonio, i circuiti con l’asfalto rovente, i musei con la luce che cade su cofani rosso fuoco.
Non è un caso geografico che qui siano nate Ferrari, Lamborghini, Ducati, Maserati, Dallara, Pagani. È un ecosistema che ha avuto la buona idea di svilupparsi su se stesso, lentamente, per decenni, finché industria, cultura e sport non si sono fusi in qualcosa che non ha un equivalente altrove nel mondo. Chiamarlo semplicemente “distretto industriale” sarebbe, oggi, come chiamare la Cappella Sistina “soffitto dipinto”.
“Ogni azienda è un neurone, ma la vera differenza la fa il numero di sinapsi”, Andrea Pontremoli lo ha detto durante la presentazione della ricerca “Motor Valley – Un ecosistema che genera valore”, commissionata dalla Motor Valley Association, che riunisce i grandi marchi del territorio, e realizzata da Nomisma con il supporto della Regione Emilia-Romagna.
Le aziende simbolo sono le sei capofiliera, ma dietro ogni auto c’è una rete molto più ampia, quasi tremila imprese direttamente coinvolte nella produzione, oltre 200 mila lavoratori e un giro d’affari che supera i 70 miliardi di euro. E se si allarga lo sguardo, includendo servizi, subfornitori e attività collegate, il sistema cresce fino a oltre 39 mila aziende e 347 miliardi di euro di fatturato. Più che un distretto, è un ecosistema diffuso, una rete che si estende ben oltre i confini dell’Emilia Romagna, ma che qui trova il suo centro di gravità. E soprattutto, un modello in cui il valore non nasce da una singola impresa, ma dalla capacità di far lavorare insieme competenze diverse.
I numeri, a loro modo, raccontano un paradosso tutto italiano: circa 34.000 veicoli prodotti all’anno, una cifra che, confrontata con i colossi dell’auto di massa, farebbe quasi sorridere. Eppure, il valore generato è sproporzionato, quasi insolente. “Noi siamo lo 0,8% del mondo. Non possiamo competere sull’efficienza. Dobbiamo competere sul valore”, ha aggiunto Pontremoli. Nell’era delle Gigafactories e delle catene di montaggio infinite, è una frase che suona quasi eretica, se non fosse che qui trova la sua dimostrazione quotidiana.
L’ecosistema della Motor Valley esprime un vantaggio competitivo distintivo che nasce dall’interazione di due fattori complementari. Il primo è un orientamento all’innovazione come leva strategica condivisa lungo l’intera filiera: grandi imprese e fornitori operano all’interno di un contesto ad alta intensità tecnologica che favorisce la diffusione continua di competenze e l’innalzamento degli standard produttivi. Il secondo è rappresentato dalla capacità di risposta del sistema: la struttura reticolare, composta da una pluralità di attori specializzati e interconnessi, consente di adattarsi rapidamente alle discontinuità tecnologiche e di mercato. Rispetto a modelli verticalmente integrati, questa configurazione garantisce maggiore flessibilità operativa e velocità decisionale. È proprio questa combinazione, innovazione diffusa e adattabilità sistemica, a rendere la Motor Valley non solo competitiva nel presente, ma anche strutturalmente predisposta ad affrontare le trasformazioni future del settore. Il vero segreto non è il rosso Ferrari né l’arroganza stilistica di una Lamborghini, ma un sistema diffuso, capillare, quasi sotterraneo, di aziende che magari realizzano un singolo componente, una lavorazione in carbonio, un sistema elettronico di precisione, una soluzione aerodinamica che vale secondi su pista, ma che, messe insieme, costruiscono oggetti che sembrano arrivare da un altro pianeta. O da un altro immaginario, quello in cui Schumacher dominava a Imola e Francesco “Pecco” Bagnaia piega la moto a Misano.
In questo contesto, il motorsport è un laboratorio con il casco. Come ha ricordato il presidente della Regione Michele de Pascale, la ricerca che serve per guadagnare un secondo in pista è la stessa che porta innovazione anche in altri settori. Tradotto in modo meno poetico, ciò che nasce per correre, prima o poi finisce per guidare il futuro, non solo di questo lembo di terra, ma di tutto il nostro Paese.
E la Motor Valley non è soltanto industria, è anche, o soprattutto, esperienza. “L’azienda è un luogo”, insiste Pontremoli, e ha ragione in modo quasi filosofico, perché Ferrari è Maranello, Ducati è Borgo Panigale, Pagani è San Cesario sul Panaro e sono i nomi di queste minuscole località che echeggiano nel mondo, urbi et orbi. Avete mai guardato il mappamondo e notato quanto è piccola una “Italietta” che produce le eccellenze più invidiate al mondo in quasi tutti i campi e settori? Bene, pensate quando un giapponese organizza il suo viaggio in Italia e chiede all’agenzia di fare tappa a Varano De’ Melegari!
Il valore non si esaurisce nel prodotto finito, passa dall’odore dell’officina, dalla visita al museo, dal brivido di un giro in pista, dai cappelletti in brodo (io sono a Reggio, ma potrei chiamarli anche anolini, anvëin, tortellini, cappellacci).
Un tale prodigio poggia su un’infrastruttura educativa integrata e costruita insieme alla filiera. Ne sono esempi concreti MUNER, nata dalla collaborazione tra università e case automobilistiche, gli ITS Maker, che formano tecnici specializzati, realtà come Innovation Farm o PITLab, dove didattica, simulazione e sviluppo industriale coincidono. La formazione è progettata con le aziende, attraverso docenze condivise, project work e programmi duali scuola–impresa come il DESI, che inseriscono gli studenti direttamente nei processi produttivi. Questo modello genera competenze immediatamente spendibili e difficilmente delocalizzabili, alimentando al tempo stesso l’attrattività del territorio.
Non sorprende, quindi, che ogni anno questo mondo si apra con generosità al pubblico attraverso il Motor Valley Fest, nel 2026 in programma a Modena dal 28 al 31 maggio, quattro giorni in cui il sistema si racconterà, si metterà in mostra e soprattutto si confronterà con il resto del globo. Dai panel su transizione energetica, intelligenza artificiale e supply chain globale ai Talent Talk con Ferrari, Ducati, Lamborghini e MUNER, il festival sarà un laboratorio aperto sulle traiettorie concrete della mobilità.
Horacio Pagani li definisce “prodotti perfettamente inutili ma molto costosi”, eppure i gioielli che qui nascono, sono assolutamente essenziali per capire come un Paese privo di energia propria, materie prime e manodopera a basso costo riesca ancora a essere competitivo su scala globale, e a farlo con stile. La risposta è semplice e complicatissima insieme: trasformando tutto, competenze, storia, ossessione per il dettaglio, in valore. Non si tratta di puntare al prezzo di listino, ma alla percezione della qualità di ciò che si produce e di come lo si racconta, donando un pacchetto completo che include esperienza, storia, cultura, enogastronomia, accoglienza, passione. La grande bellezza, rumorosa, spettinata, esagitata, inequivocabilmente italiana.













