La Casa svedese è un esempio di Women Empowerment
Al Volvo Studio Milano, il primo luglio, il futuro è apparso in controluce attraverso una storia lunga quasi un secolo. Volvo Cars ha celebrato il “Sandy Myhre Award” assegnatole da WWCOTY e, insieme, ha raccontato come la parità di genere sia diventata un pezzo di ingegneria, non solo di retorica.
La voce più esperta è stata quella di Lotta Jakobsson, Senior Technical Specialist Volvo Safety Centre, quarant’anni di ricerca sulla sicurezza: “Tutto ciò che facciamo per la sicurezza in Volvo si basa su dati reali, ovvero su quanto accade a donne, uomini e bambini di diverse taglie ed età e in diverse situazioni”. ( nella foto da sinistra: Sandy Myhre, Lotta Jakobsson, Katharina Sachs e Chiara Angeli) Dal 1995, nei laboratori di Göteborg circola anche il primo dummy di una donna incinta, un primato che affonda le radici nei programmi di uguaglianza lanciati nel 1970 dall’allora CEO Pehr G. Gyllenhammar e rafforzati da un’Equality Officer interna negli anni ’80. Sotto la sua guida, Volvo introdusse condizioni di lavoro più “umano centriche”.
“È stato importante per me lavorare in un’azienda che ha come linea guida della propria azione l’approccio human-centric, centrato sulla Persona. Sia dal punto di vista dell’ambiente di lavoro sia per i nostri valori fondamentali di sicurezza e tutela ambientale, si tratta di un elemento cruciale.” Nel 1985 Volvo costruì lo stabilimento di Uddevalla con squadre miste fino al 40 % di operaie e, quasi in sordina, creò un “women’s reference group” che suggerì soluzioni semplici come i tappi colorati dei fluidi: dettagli che oggi diamo per scontati. A ricordare la forza di quell’approccio è stata Katharina Sachs, trentenne ma già Senior Exterior Designer Volvo Cars e lead designer del nuovo SUV elettrico EX30: “Qui la diversità non è un esercizio, è il modo più rapido per arrivare a un’idea che funzioni davvero”.
L’Italia ha portato in scena Chiara Angeli, Head of Commercial Operations Volvo Car Italia: dal 1996 in azienda, oggi racconta un team in cui il 50% del top management è femminile e dove “andare in ufficio somiglia a tornare a casa”. Numeri alla mano, Volvo punta al 34% di donne in posizione di senior leadership entro il 2030 e alla parità retributiva entro il 2027; obiettivi realistici se si considera che il 27% dell’intera forza lavoro è già femminile.
Sandy Myhre, giornalista neozelandese che dà il nome al premio, Presidentessa Onoraria della Giuria WWCOTY, ha tagliato corto: “Nella nostra votazione non c’è stata gara: da decenni Volvo dimostra che inclusione e business viaggiano sullo stesso binario”. Non è soltanto una questione interna: dal concept car YCC del 2004, ideato da un team di sole donne, alla partnership con “Girls Who Code” (un’organizzazione no-profit impegnata a colmare il divario di genere nella tecnologia attraverso programmi educativi e attività di supporto), il messaggio è che il talento femminile serve a far crescere l’intera industria.
Il talk si è chiuso con un applauso, ma la cifra più alta l’ha lasciata in coda Jakobsson: “La sicurezza nasce dall’ascolto, e l’ascolto non ha genere”.













