La Jaguar del futuro si chiama Type 00 e segue la filosofia lanciata dallo spot “Non guardate al passato, siate coraggiosi. Non abbiate paura e non copiate”
In un tempo in cui l’uomo più ricco del mondo (Elon Musk, 2022) fa la mossa più stupida del mondo (comprare Twitter per 44 miliardi di dollari e cambiarne il nome in X), non crea più di tanto turbamento sapere che Jaguar ha abbandonato l’icona del giaguaro sostituendola con un monogramma a doppia J contrapposta, acquisito una nuova identità visuale che per il tramite di uno spot si fa manifesto di un vivere “vivido ed esuberante” al claim di “copy nothing” e anticipato lo stile delle sue prossime auto con un prototipo dalle fattezze di una Tesla 2.0, ma più muscolosa.
Benvenuti nell’allegro mondo del rebranding, dove accadono le cose più sorprendenti e, molto spesso, idee all’apparenza brillanti si trasformano nei peggiori affari. A differenza di Twitter/X, non sarà questo il caso di Jaguar. Vedi proprio il suo nuovo spot (uno spot di automobili senza automobili, con un linguaggio che strizza l’occhio alle storiche pubblicità Apple come al mondo della moda): a fronte di una pioggia di critiche, ha ottenuto milioni di visualizzazioni gratuite e contribuito a far conquistare 17 milioni di follower in 20 giorni al nuovo canale Instagram del marchio.
E due settimane dopo questo spot, pochi giorni fa, un lancio spettacolare alla Miami Art Week, Florida, in cui il Chief Creative Officer, Gerry McGovern, con un tono alla Steve Jobs dei giorni migliori ha mostrato il concept che ispirerà i modelli della nuova era, attaccando così: “Sir William Lyons, il fondatore, molti anni fa ha detto: Una Jaguar non dovrebbe essere la copia di niente. Non guardate al passato, siate coraggiosi, non abbiate paura e non copiate. Noi creiamo nuovi oggetti del desiderio: è quello che ripeto sempre al mio team creativo”.
Lui, il concept, anzi, lei, insomma la macchina, effettivamente impressiona. Si chiama Type 00, come per noi italiani un tipo di farina, ed è una totale rottura con il passato del marchio, in effetti glorioso quanto un maniero inglese tappezzato di vittorie e modelli che hanno contribuito a scrivere la storia dell’automobilismo dalla metà degli anni Trenta in poi. Due i colori del lancio: London Blue (omaggio alle origini) e Miami Pink (il presente, o meglio il futuro). Cerchi da 23 pollici, profilo fastback, design visionario: un concept di razza. Anticipa la vera, prossima Jaguar: una GT a quattro porte, unicamente in elettrico, che sarà svelata nelle fattezze definitive a fine 2025, per arrivare sul mercato nel 2026. Avrà un’autonomia massima di 770 chilometri e in 15 minuti di ricarica potrà riguadagnare l’energia sufficiente per percorrere 321 chilometri. Verrà prodotta, grazie al cielo, nel Regno Unito, e poi venduta in un numero selezionato di brand store esclusivi, il primo nell’VIII arrondissement di Parigi, nel cuore del quartiere della moda e del lusso parigino, con il suo corollario di Champs-Èlysées, Grand Palais, Rue du Faubourg Saint Honoré e via elencando.
Ma dunque, perché preconizzare il successo dell’operazione, quando appassionati e cultori recitano il Requiem per la Jaguar? Perché la Jaguar è morta, viva la Jaguar!
Dal 2008 l’indiana Tata Motors ha cercato di tenere vivo l’odore degli interni in pelle Connolly, l’eco di modelli iconici come l’XK 150, le berline Mark I e II, la celeberrima EType, le XJ e XJS, insomma il fascino della cara vecchia Inghilterra su quattro ruote, ma inutilmente. Quel mondo non c’è più. I giovani di oggi, futuri (facoltosi) automobilisti di domani, parlano un’altra lingua, hanno diversi riferimenti, nuovi codici. Il motore, a combustione o elettrico, non è più un tema. Lo stile è preponderante, l’apparenza tutto. Giusto rompere con il passato, se il futuro è un’esigenza, le auto sono telefonini di lusso e il lusso è il design applicato all’elettronica, con prezzi esorbitanti. Cercassi di spiegare il suono del sei in linea Jaguar, l’accoglienza dei suoi interni salotto, il clac delle sue portiere quando le chiudi, la bellezza del suo cruscotto in radica di noce, ti guarderebbero come il possessore dell’iphone verso quello che usa un android.
Descansate niño, che continuo io.
Ci saranno altri uomini come il Peter Miller di Dossier Odessa, capolavoro di Frederick Forsyth? Che mentre si accende una puzzolente Roth-Händle senza filtro, al volante della sua XK 150 3.8 litri, confessa a se stesso: “Le vere passioni della sua vita erano le macchine sportive, la professione di giornalista e Sigrid, sebbene a volte dovesse ammettere con un certo senso di colpa che se fosse stato costretto a scegliere tra Sigi e la Jaguar, Sigi avrebbe dovuto trovare il suo amore altrove”. La risposta o, meglio, la speranza è sì. Certo con una sigaretta elettronica tra le dita e un ronzio di motore elettrico in sottofondo.












